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Il contagio della malattia mentale

Chi ha mai detto che le malattie mentali non possono essere trasmesse? La maggior parte dei disturbi, oltre ad avere un importante causa genetica, è trasmissibile tramite “il pensiero”.

Il contagio della malattia mentale

Il contagio della malattia mentale

Si può parlare di un vero è proprio “contagio mentale”. I modi disfunzionali di vivere e comportarsi di un individuo possono essere appresi da un altro individuo che vive a stretto contatto con lui.

Ecco allora che si viene a creare ciò che gli psichiatri chiamano “Follia a deux”, letteralmente follia a due.

Ma quali sono le cause? Come è possibile essere contagiati da una patologia mentale?

Bentrovati dalla Redazione del Centro Clinico Eden, oggi vi racconterò uno dei fenomeni più curiosi in psichiatria: la follia condivisa.

LA PATOLOGIA E I SUOI SINTOMI

Il disturbo bipolare (clicca qui), le psicosi e le schizofrenie (clicca qui), i deliri (clicca qui), i rituali del disturbo ossessivo compulsivo (clicca qui), e molte altre. Tutte queste patologie hanno sintomi e compromissioni diverse.

Il modo di vivere dell’individuo e la sua quotidianità vengono inevitabilmente compromesse. Il soggetto affetto da malattia mentale cambia in maniera graduale.

Una persona precedentemente attiva, sveglia, forte e resiliente (clicca qui) può trasformarsi in un soggetto passivo, triste e malinconico.

Questo nuovo modo di essere preoccupa e influenza inevitabilmente anche le persone che vivono in stretta relazione con il soggetto malato.

Una iniziale fase di “avvicinamento” e “sostegno” può ben presto trasformarsi in “assimilazione” da parte dei soggetti vicini al malato e, dunque, un vero e proprio contagio.

Ciò che si trasmette, a differenza delle patologie organiche, non sono virus o batteri. Non si trasmette una vera e propria malattia.

Senza il giusto distacco emotivo i comportamenti, i pensieri, le convinzioni del soggetto malato possono prendere possesso del soggetto sano senza che quest’ultimo se ne renda pienamente conto.

IL CONTAGIO

In effetti “contagio” non è proprio il termine adatto. Come specificato già, non avviene un contagio diretto e immediato. Non si trasmettono virus o batteri che ci fanno “ammalare”.

Sarebbe più idoneo dire che si trasmettono pensieri, comportamenti e convinzioni “patologiche” tramite condizionamento. Come avviene quindi questa “trasmissione” ?

In letteratura, la maggior parte dei casi di follia condivisa, è rappresentata dalle “psicosi di gruppo” e dai “deliri”.

Queste patologie, nello specifico, comportano pensieri e convinzioni estremamente disfunzionali che non corrispondono alla realtà.

Per un soggetto sano non è difficile lasciarsi persuadere dal malato (che magari rappresenta il partner, di cui ti fidi ciecamente) che ciò che pensa e vede è reale.

I meccanismi alla base sono proprio la fiducia e l’ammirazione. Maggiore è l’ammirazione provata per il soggetto malato, maggiore è la fiducia nei suoi confronti e maggiore è la probabilità di lasciarsi influenzare dal suo modo di essere.

IL CASO JONESTOWN

Il termine “follia a deux”  risulta obsoleto e non esatto. Per definizione,esige che la follia venga condivisa da “due persone”.

In realtà non è così. Nulla esclude che la patologia possa influenzare gruppi di persone più ampi, come comunità religiose o politiche.

Ecco perché è più corretto parlare di “follia condivisa” che talvolta può prendere svolte macabre e disastrose.

Il caso di Jonestown, una comunità religiosa del Guyana, è un esempio che calza a pennello per far comprendere quanto possa essere pericolosa la follia condivisa all’interno di gruppi e sette.

Jim Jones, reverendo della setta religiosa, era investito da forte ammirazione e fiducia da parte dei suoi seguaci. Dotato di grande carisma e stima riusciva benissimo a nascondere ai suoi “sudditi” i segni di squilibrio che lo caratterizzavano.

Jones era convinto di essere la reincarnazione di Cristo e Stalin (contemporaneamente), sosteneva di poter compiere miracoli e si autoproclamava come “salvatore”.

La sua psicosi e le convinzioni deliranti influenzarono piano piano i suoi “discepoli”. La fiducia era assoluta. Qualunque cosa diceva o faceva Jones era legge.

Motivato da alcune accuse di molestie sessuali, Jones volle prendere le distanze dalla società. Convinse tutta l’intera comunità di seguaci ad abbandonare amici, familiari e affetti e trasferirsi insieme a lui.

Gli vennero affidati dal Governo dei lotti di terreno dove fondò Jonestown. Naturalmente grazie al suo carisma e alla sua credibilità riuscì nell’intento. Nessuno poteva immaginare che dietro una personalità così religiosa e benefattrice si nascondesse un individuo squilibrato.

Tuttavia sempre più persone esterne alla comunità si rendevano conto che qualcosa non andava. I servizi di sicurezza locali iniziarono indagini per capire cosa effettivamente accadeva all’interno di Jonestown.

Le accuse erano, oltre alle violenze sessuali, torture e sequestri. Vennero scoperte anche delle frodi fiscali. A quel punto un deputato californiano insieme a un gruppo di giornalisti decise di chiedere chiarimenti a Jones.

Sotto ordine di Jones, alcuni seguaci uccisero il deputato e i giornalisti.

Il 18 novembre 1978 accadde la tragedia. Jones manifestava sempre di più i segni di quello che, oggi, chiameremmo “delirio di persecuzione”.

Convintosi ormai di essere perseguitato dalla Chiesa, dalla Cia e dal governo con l’intento di distruggere la sua comunità, fece un discorso ai suoi discepoli.

Ciò che accadde è davvero raccapricciante. Jones chiese ad ogni singolo membro della comunità di suicidarsi “in massa” per salvare la comunità dal disastro.

E così accadde, 911 persone si suicidarono senza batter ciglio. Jones rimase solo in mezzo ai cadaveri dei suoi discepoli e si tolse la vita con un colpo di pistola.

LE CONSEGUENZE

Le conseguenze dell’assunzione da parte di un soggetto sano di comportamenti patologici non fanno di lui un “soggetto instabile”.

La persona “sana” inizia a comportarsi, come già detto, in maniera patologica. Inizia a fare suo uno schema di comportamenti e pensieri molto simili al soggetto malato.

Le conseguenze più ovvie sono lo sviluppo di sintomi riconducibili a una patologia mentale e la compromissione graduale della propria quotidianità.

Tuttavia, è qua sta la peculiarità, il soggetto sano (al contrario di quello realmente malato) ha più probabilità di remissione e di ritorno alla sua normale vita.

Questo perché il soggetto sano non soffre effettivamente di una vera e propria patologia mentale. Ha soltanto assunto i comportamenti e i pensieri patologici del malato. Ma, come vi aspetterete di leggere, questi pensieri non provengono dalla sua psiche bensì da una psiche realmente malata.

Allontanando e dividendo i due soggetti anche per un breve periodo, si nota come il soggetto sano recupera velocemente il suo equilibrio mentale.

Convinzioni e pensieri patologici lasciano il posto ai normali comportamenti e stati mentali sani precedenti.

COME EVITARLA

Come scritto sopra, il distacco e l’allontanamento del soggetto malato da quello sano comporta una remissione totale di quest’ultimo.

E’ allora comprensibile affermare che, in caso di follia condivisa, allontanare i due soggetti evita sia la compromissione del soggetto sano sia il peggioramento del soggetto malato.

Il giusto distacco emotivo poi, è un ulteriore modalità di comportamento che evita lo sviluppo della follia condivisa.

Con “distacco emotivo” non si intende naturalmente l’eliminazione dell’empatia e del sostegno. Piuttosto si fa riferimento alla “comprensione” dei sintomi altrui, alla “consapevolezza” di sé stessi e del proprio modo di essere, e alla capacità di non farsi mai “sotterrare” e “influenzare” dallo stato mentale altrui.

Riconoscere la persona con cui entriamo in relazione come “affetto da una patologia mentale” e riconoscere sé stesso come “non affetto” è un primo passo per creare distacco.

Riconoscere che il modo di essere di quella persona deriva dalla patologia, che i pensieri e le convinzioni non rispecchiano la realtà e che il comportamento è la conseguenza diretta di un problema “suo” evita la trasmissione.

Il comportamento empatico e il sostegno emotivo prescindono da questo discorso. E’ sempre necessario (e anche spontaneo) offrire comprensione e aiuto a chi sta male. La difficoltà sta nel non farsi trascinare in questo stato mentale distorto e rimanere sempre vigili e lucidi.

CONCLUSIONI

Anche se ci sono stati casi in cui la follia condivisa ha preso svolte catastrofiche, di norma, non necessariamente comporta disastri.

Anche le idee deliranti più semplici e innocue possono influenzare il comportamento di un individuo sano senza necessariamente comprometterlo.

La separazione dei soggetti coinvolti, il distacco e la consapevolezza possono evitare casi estremi come quello di Jonestown.

Con questo articolo, tuttavia, non si vuole rimandare al lettore l’idea che tutti siamo soggetti a un “contagio”. Oltre al genere di legame esistente con la persona malata entrano in gioco anche altre variabili soggettive quali la personalità, l’emotività e la resilienza.

Non si vuole nemmeno incitare a non sostenere e non aiutare chi soffre. L’empatia e il sostegno sociale sono nella maggior parte dei casi essenziali nel processo di guarigione.

Il fenomeno della follia condivisa non è mai da sottovalutare. E’ facilmente risolvibile e contenibile se riconosciuto in tempi idonei. Se ti sei reso conto di essere influenzato da qualcuno o qualcuno che conosci sta sviluppando i sintomi della follia condivisa contatta uno specialista per maggiori chiarimenti.

5 luglio 2018 Articoli
About Chiara D'agata

– Laurea in scienze e tecniche psicologiche – Collaboratrice sede di Catania

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