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La Sindrome di Stoccolma

La Sindrome di Stoccolma

La Sindrome di Stoccolma

Nel Film “Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto“, famoso per determinate frasi celebri e la magistrale performance di Giannini e Melato avviene qualcosa di interessante. Probabilmente non tutti di voi lo conosceranno, ne consiglio la visione. Giannini è un giovane bracciante al servizio di una donna dell’alta società, la Melato. Tra i due non c’è grande simpatia, perché la Melato tende a trattare Giannini come un povero schiavo. Ad un tratto, durante una gita in alto mare, ecco che i due finiscono nella medesima isola dispersi. E’ qui che l’uomo può avere la sua rivalsa, trattando la donna a pesci in faccia. Inizialmente la Melato impersona una donna triste, schiavizzata ed incapace di reagire. A seguire si innamora perdutamente del suo aguzzino. Da un momento all’altro.

Qui è la Redazione Centro Clinico Eden, ed oggi voglio parlarti della Sindrome di Stoccolma.

Sindrome di Stoccolma: nascita del termine

Tutto iniziò quando un malvivente scappò dal un carcere presso Stoccolma. La prima cosa che fece questo malvivente fu di dirigersi in una banca di credito per prendere in ostaggio alcune persone. Tra cui lavoratori e clienti. La reclusione durò 130 ore circa, fino a quando il malvivente non si arrese. Durante gli interrogatori agli ostaggi questi risultavano avere degli atteggiamenti positivi nei confronti del malvivente. Affermavano che alla fine non era stato poi tanto male ed anzi gli dovevano la vita per non aver fatto nulla per ledere la loro persona. Da lì nacque il concetto di Sindrome di Stoccolma, dove il malcapitato vittima sembra provare sentimenti positivi nei confronti del suo aguzzino. Talvolta, quando i due ruoli prevedono individui del sesso opposto, il tutto può sfociare in un sentimento molto forte. Tanto forte da potersi manifestare qualcosa di simile all’amore.

Analisi Psichica

La Sindrome di Stoccolma sembrerebbe quasi una reazione adattiva ad una situazione di pericolo. La vittima, per tutto il tempo della sua reclusione, si sente completamente impotente. A livello comportamentale sembrerebbe più logico creare un legame con il proprio aguzzino per far si di farselo amico. Effettivamente cercare mostrarsi un alleato nei confronti di un malvivente è il modo più logico per sopravvivere. La cosa particolarmente interessante è che questo processo, in tutta la storia della sindrome, non è mai stato rilevato come consapevole. Le vittime attuano una sorta di automatismo inconsapevole nel provare una condizione di piacevolezza nei confronti di chi le sta torturando o recludendo.

Dalle interviste si dimostra anche che non è tanto il maltrattamento a far scattare questo meccanismo, bensì la paura di quello che potrebbe fare il proprio carceriere. Il timore di essere torturato, recluso o ucciso è tanto potente che la mente ricerca una forma di difesa piuttosto estrema. Ricerca la complicità con il proprio aggressore. E lo fa attraverso la percezione positiva. Spesso pensano che in una condizione di sequestro sia più utile che la polizia faccia scappare il malvivente, sicché essi possano sentirsi salvi come il proprio aguzzino.

Remissione

La letteratura non è molto chiara al riguardo. Alcune vittime sembrano rimanere astiose nei confronti delle forze dell’ordine per molto tempo, talvolta per sempre. La cosa interessante è che alcuni soggetti che hanno superato la fase di legame sembrano sognare ancora il ritorno del proprio aguzzino. Freud, riguardo i sogni, affermava per di più che ciò che si sogna spesso è ciò che si desidera realmente. Quindi attraverso il mondo onirico è come se si richiedesse al carceriere di tornare.
Alcune hanno sposato i loro aguzzini.

4 maggio 2018 Articoli
About Felice Baldacchino

– Laurea in Scienze e Tecniche Psicologiche – Specializzando in Psicobiologia e Neuroscienze Cognitive. – Collaboratore sede di Parma.

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