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Relazione tra atteggiamenti religiosi e benessere psicologico: una ricerca empirica con gli studenti universitari

Religione e benessere psicologico sono due dimensioni strettamente connesse della vita umana?  La fede in Dio e nella propria religione sono predittivi di un maggior benessere percepito? Fedeli, atei e agnostici sperimentano differenti condizioni emotive?

Questo articolo si propone lo scopo di prendere in esame proprio la tematica del benessere, legata alla dimensione religiosa, indagata attraverso una duplice prospettiva: teorica ed empirica.

Esiste un’ampia letteratura scientifica in materia di benessere; infatti, tale argomento rappresenta uno dei filoni di ricerca più interessanti ed articolati della psicologia positiva, approccio che costituirà lo sfondo concettuale di riferimento entro il quale si colloca tale contributo.

La psicologia positiva nasce nel 1998, su iniziativa di tre illustri ricercatori, Martin Seligman, Mihalyi Csikszentmhalyi e Raymond Fowler, i quali -preso atto della perversa tendenza in uso all’interno del panorama scientifico della psicologia ‘tradizionale’ di considerare oggetto di attenzione e di studio solo il deficit e la patologia- prospettarono una ‘rivoluzione copernicana’, volta a spostare il focus dell’attenzione dal deficit ai punti di forza, rivolgendo uno sguardo sugli aspetti ‘positivi’ della vita. La psicologia positiva esalta la capacità autopoietica (con tale termine si fa riferimento alla capacità propria degli organismi in grado di ri-generarsi continuamente dall’interno, adattandosi alle condizioni esterne), generativa degli individui, considerati come attivi costruttori della propria felicità.

Il benessere (da ben-essere = “stare bene”, “esistere bene”) è uno stato che coinvolge tutti gli aspetti dell’essere umano. Per molto tempo con tale termine si è fatto riferimento unicamente alla salute fisica, ma nel 1984, l’OMS ne fornisce una definizione bio-psico-sociale che permette l’abbandono di una concezione medicalistica e patologgizzante del benessere, ritenuto realizzabile alla sola condizione di totale assenza di disagio fisico. La psicologia positiva tratta nello specifico il versante soggettivo del benessere, concernente quindi la valutazione personale che ogni individuo fa della propria soddisfazione di vita. Valutazione che trascende tutta la componente materiale che comunemente è considerata anticipatrice di benessere (quali il reddito, il successo, la salute fisica). Essa guarda al benessere “percepito”, mirando, riprendendo Rogers (1962)[1], al raggiungimento di un “funzionamento ottimale di persona”, che riguarda la percezione di aver raggiunto uno stabile accordo fra esperienza e concetto di sé. Tale nuova concezione di benessere abbraccia una logica circolare, in grado di concepire l’individuo come il risultato di un’interazione continua fra la persona, intesa nei suoi aspetti biologici, personologici e spirituali, e l’ambiente, nelle sue dimensioni culturali e sociali. Secondo quanto esposto, risulta semplice capire l’accezione di benessere presa in esame dalla psicologia positiva, la quale ne distingue due dimensioni: quali quella del benessere soggettivo (edonico) e quella relativa al benessere psicologico (eudaimonico). Quest’ultimo rappresenta un termine “ombrello”, che permette di analizzare contemporaneamente l’emozionalità positiva e la soddisfazione di vita (sotto-dimensioni del benessere edonico), integrandoli in uno sguardo ampio che rivolge l’attenzione anche all’ambito del sociale e dell’auto-realizzazione, intesa come la realizzazione della propria vera natura.

Il presente elaborato è volto alla presentazione di un contributo di ricerca empirico che si colloca all’interno di un’ampia letteratura scientifica che ha studiato la relazione tra religiosità/spiritualità ed il benessere. I risultati in tale ambito tuttavia appaiono abbastanza controversi, in quanto divergono in due filoni distinti: alcune ricerche hanno evidenziato l’inesistenza di una correlazione fra i due costrutti[2], altre indagini si muovono in direzione opposta, rilevando l’esistenza di una non indifferente correlazione fra i costrutti in questione[3].

Ma perché collegare il benessere agli atteggiamenti religiosi? L’interesse per questa tematica è stata mossa dal desiderio di conoscere e valutare le motivazioni nascoste dietro la credenza sociale secondo la quale il professare una specifica religione o l’avere una fervente spiritualità possano essere dei fattori connessi con una positiva percezione di sé e del proprio benessere; l’obiettivo di questa ricerca è stato quindi quello di valutare quale (ammesso che vi sia) sfera del benessere risenta dell’esperienza religiosa.

Prima di passare alla trattazione del contributo empirico, ritengo di fondamentale importanza spendere qualche riga per definire meglio i due concetti cardine dell’indagine: si parla di religiosità e spiritualità attribuendo a tali definizioni un significato pressoché equivalente, non rendendo dignità alle differenze, che, seppur sottili, connotano e definiscono bene similarità e discrepanze fra i due termini, i quali assumono due ambiti d’indagine differenti ed autonomi. Facendo riferimento al concetto di religiosità, dalla letteratura si evince una definizione che la ancora alla formalità dottrinale ed autoritaria, che caratterizza le singole credenze culturalmente determinate, mentre con spiritualità si fa riferimento alla componente emotiva, profonda di ogni individuo, che richiama l’idea di “ricerca del significato”.

Gli obiettivi del presente lavoro di ricerca sono centrati sull’analisi degli atteggiamenti religiosi e delle dimensioni del benessere soggettivo (soddisfazione di vita, affettività positiva/negativa ed ottimismo) e del benessere psicologico nelle matricole universitarie. Differenze in relazione al corso di laurea, al gruppo ed al genere saranno prese in esame.

Il campione coinvolto è costituito da 210 matricole universitarie, di cui 101 maschi e 109 femmine, di età compresa fra i 18 e 28 anni (età media pari a 20,4, frequentati il primo anno accademico dei Corsi di Laurea presenti nel Dipartimento di Scienze della Formazione, Scienze Umane, Ingegneria e Medicina, dell’Università degli Studi di Catania. Nella parte preliminare del questionario, è stato chiesto ai soggetti di indicare a propria appartenenza religiosa (credenti, agnostici, atei):il 47,1% (n=99) ha dichiarato di essere credente, il 30,5% (n=69) di essere agnostico ed il 22,4% (n=47) di essere ateo[4].

Sono stati indagati tre costrutti principali. Il primo luogo il benessere psicologico, attraverso la Psychological Well Being scale (PWB), per la misurazione del benessere soggettivo sono stati adottati tre specifici strumenti, quali la Positive Affect and Neative Affect scale (PANAS) per la misurazione dell’affettività positiva e negativa; inoltre è stato adottato il Life Orientation Test (LOT-R) per la misurazione dell’ottimismo e la Satisfaction with Life scale (SWLS)per la misurazione della soddisfazione di vita. Per l’analisi degli atteggiamenti religiosi e spirituali è stato adottato il Religious Attitude scale (RAS), che ha permesso di individuare le dimensioni dell’atteggiamento religioso: la pratica religiosa (atteggiamento verso la religione), la fede in Dio (atteggiamento verso la spiritualità) e la tolleranza religiosa (atteggiamento verso la laicità e, in generale, verso gli altri credi religiosi).

A livello generale, dai dati emersi dalla ricerca si può affermare che, complessivamente, i soggetti che si definiscono credenti dimostrano livelli superiori di benessere rispetto ai soggetti che si definiscono appartenenti alla categoria degli atei e degli agnostici.

Dall’analisi dei dati emerge che i soggetti appartenenti al gruppo dei credenti manifestano un maggiore livello di spiritualità e pratica religiosa -come ci si poteva aspettare- un dato interessante, tuttavia, attiene l’area della tolleranza religiosa, infatti, i soggetti atei e agnostici si dimostrano maggiormente tolleranti rispetto al laicità e le religioni diverse, dimostrando un atteggiamento aperto al nuovo ed al diverso, rispetto al gruppo dei credenti. I dati ottenuti potrebbero essere interpretati facendo riferimento ad una maggiore rigidità del pensiero che caratterizza i soggetti che si identificano con una specifica comunità religiosa, i quali manifestano un’attitudine negativa nei confronti dei culti differenti dai propri, dimostrando un’elevata “dogmaticità delle vedute”. Ciò potrebbe essere interpretato secondo quanto la psicologia sociale definisce bias ingroup/outgroup, concernente la tendenza sistematica a valutare l’ingroup (gruppo di appartenenza) o i suoi membri più favorevole dell’outgroup (gli altri gruppi) o dei suoi membri.

Inoltre, i risultati ottenuti alla scala del benessere psicologico (PWB) sembrano andare in favore dell’inesistenza di una relazione significativa fra atteggiamento religioso e benessere psicologico percepito, in quanto non sono state rilevate rilevanti differenze in merito al tipo di gruppo (credente, agnostico ed ateo) rispetto alla dimensione del benessere psicologico. Tuttavia, rispetto al benessere soggettivo, l’analisi dei dati ottenuti attraverso la scala per la valutazione della soddisfazione di vita (Satisfaction with Life Scale), riporta significative differenze in merito al tipo di gruppo, infatti emerge che il gruppo dei credenti riferisce di percepirsi maggiormente soddisfatto rispetto alla propria esperienza di vita, rispetto agli agnostici ed agli atei. Tale risultato conferma quanto rilevato in una ricerca da Laudadio et al. (2009)[5], i quali rilevano che gli atei riscontrano livelli di benessere e soddisfazione di vita significativamente inferiori rispetto agli agnostici ed ai credenti. Inoltre, i risultati ottenuti dalla valutazione della scala sull’ottimismo (LoT-R), dimostrano che i credenti e gli agnostici si percepiscono maggiormente ottimisti rispetto agli atei. Inoltre il credere in Dio sembra essere un fattore correlato con l’emozionalità positiva, in quanto l’analisi dei risultati ottenuti alla scala del PANAS rilevano che il gruppo dei credenti riferisce di provare un’affettività positiva maggiore rispetto ai soggetti atei ed agli agnostici, i quali, tuttavia, ottengono maggiori livelli di affettività negativa rispetto ai colleghi credenti ed atei. Tali risultati possono essere interpretati alla luce delle riflessioni portate avanti da George et al. (2002)[6], secondo i quali la relazione fra religiosità e benessere percepito ponga le basi sul sostegno sociale, derivante dall’appartenenza ed alla regolare frequenza di una comunità di altri fedeli.

L’analisi dei risultati ha inoltre evidenziato significative differenze in relazione al corso di studi in merito alle differenti aree prese in considerazione; i soggetti frequentanti corsi di studio di area scientifica ottengono punteggi più elevati in riferimento alle dimensioni dell’autonomia, dei propositi di vita e dell’auto-accettazione, dati che sembrano riferire una maggiore percezione di direzione della propria vita, in quanto sembra che i ragazzi di area scientifica si percepiscano maggiormente auto-efficaci ed indipendenti, con idee chiare rispetto al proprio futuro, questo risultato è in linea con quanto emerge dai risultati  rispetto alla soddisfazione di vita, rispetto la quale gli studenti di area scientifica ottengono punteggi superiori rispetto ai colleghi umanistici.

Poche differenze sono state rilevate in relazione al genere, che da quanto emerge da tale ricerca, non sembra essere predittore di benessere; le femmine, in linea con quanto rilevato da una ricerca condotta da Laudadio et al. (2010)[7], riferiscono una maggiore fede in Dio e pratica religiosa rispetto ai maschi, i quali tuttavia ottengono punteggi superiori rispetto alle femmine in relazione all’affetto positivo.

In conclusione, tale ricerca si pone come terreno fertile per differenti spunti di riflessione ed apre le porte a molte prospettive future. In primo luogo, il non aver rilevato differenze significative in merito al benessere psicologico, fra soggetti appartenenti al gruppo dei credenti, degli agnostici e degli atei, sembra dimostrare come il credere o meno in Dio non sia un elemento fondamentale per garantire agli individui una positiva percezione di sé e della propria autorealizzazione. Da questa constatazione potrebbero muoversi future ricerche volte a focalizzare l’attenzione sulla solidità delle convinzioni personali degli individui in merito alle proprie teorie sul trascendente, al fine di valutare se la robustezza delle proprie convinzioni –ovvero quanto queste possano essere paradigma di riferimento in grado di proteggere il soggetto dal dubbio e dall’incertezza, permettendogli di strutturare una visione coerente di se stesso e della propria esistenza- possa svolgere un ruolo fondante e apportare un significativo contributo in merito al benessere psicologico.

Dall’analisi dei dati, inoltre, è emersa una sostanziale differenza in relazione al corso di studi, nelle diverse aree prese in considerazione. Appare, infatti, che i ragazzi che frequentano i corsi di studio di area scientifica si percepiscono maggiormente autonomi, dimostrando più solidi propositi di vita e maggiori livelli di auto-accettazione, ciò potrebbe trovare riscontro nella ormai radicata, all’interno del nostro contesto socio-culturale, convinzione che riserva un futuro lavorativo più florido per i laureati nelle discipline scientifiche, piuttosto che per quelli nelle discipline umanistiche, i quali si percepiscono come ‘declassati’. Questa costituisce un’inferenza che pone le basi su un risultato ottenuto da tale ricerca, e che potrebbe costituire un punto di partenza per ricerche volte all’analisi dei profili degli universitari di area scientifica ed umanistica, valutandone i sé possibili, tramite un confronto incrociato fra sé attuale e sé futuro. Questa idea potrebbe collegarsi alle motivazioni sottese a tale risultato, e riguardare l’ambito lavorativo/professionale o personale, al fine di strutturare contesti di formazione e orientamento, rivolti ai ragazzi di corsi di laurea umanistici, che siano in grado di modellarne il sé futuro lavorativo, massimizzandone la percezione di concreta ‘realizzabilità’.

ERICA NAPOLI

 

[1] Rogers C.R., Kinget M.G. (1962), Psychothérapie et relations humaines. Théorie et pratique de la thérapie nondirective, Bande, Leuven (Publications Universitaires); trad. it. Psicoterapia e relazioni umane, Boringhieri, Torino 1970.

 

[2] Per un approfondimento dell’argomento, si consiglia la lettura di: Schwab, Peterson, 1990; Anson, Antonovsky, Sagy, 1990, Lewis et al., 1997.

[3] Per un approfondimento dell’argomento, si consiglia la lettura di: Corrington, 1989, Ellison, 1991; Snow e Compton, 1996; Harwvey, Bond e Greenwood, 1991; Coke, 1992; Levin, Chatters, Taylor, 1995; Chumbler 1996.

[4] A titolo esemplificativo viene proposta una breve specificazione della nomenclatura adottata: con il termine credente si è fatto riferimento ad un soggetto che professa una specifica fede (religiosa o spirituale); con il termine agnostico si è fatto riferimento a chi assume una posizione di sospensione del giudizio in merito alla questione religiosa, in quanto si ritiene di non avere e non poter avere adeguate conoscenze in merito all’argomento per poter assumere una specifica posizione; con la definizione di ateo, invece, si è fatto riferimento ad un individuo il quale consapevolmente assume una posizione di aperta contestazione nei confronti di ogni religione.

[5] Laudadio A., Noia F., Di Gianfrancesco R. (2009), Credere in Dio e benessere percepito. Rassegna di psicologia, 1, pp. 81-97.

[6] George L., Ellison C., Larson D. (2002), Explaining the Relationship Between Religious Involvement and Health, Psychological Inquiry, 13(3), pp. 190-200.

[7] Laudadio A. e D’Alessio M., (2010), Il percorso di validazione della Religious Attitude Scale (RAS), Giornale di psicologia n.2, maggio 2010, pp. 465-488.

20 luglio 2017 Articoli
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