Blog

SVILUPPO E UTILIZZO DEL LINGUAGGIO NEL BAMBINO

I disturbi del linguaggio e della comunicazione in infanzia

 

Il linguaggio verbale è caratteristica peculiare dell’essere umano. Fino a non troppo tempo fa non ci si domandava sull’importanza e sulla complessità di tale abilità.

Le teorie postulate in psicologia sullo sviluppo del linguaggio descrivevano “fasi” e “processi” con cui il bambino piccolo imparava gradualmente a comunicare verbalmente.

Negli ultimi decenni si è intensificata la ricerca e l’intervento in ambito della psicologia dello sviluppo. Sono stati riconosciuti, e ad oggi trattati efficacemente, i disturbi del linguaggio e della comunicazione nel bambino.

La maggior parte dei disturbi che riguardano l’acquisizione del linguaggio verbale vengono ormai riconosciuti in tempo. Gli interventi si mostrano produttivi e consentono al bambino di acquisire il linguaggio nonostante le lacune iniziali. Ma di che disturbi si tratta? Come possiamo prevenirli e individuarli in tempo?

Continua a leggere e in questo articolo scoprirai:

  • Lo sviluppo del linguaggio nel bambino

  • L’importanza del Motherese

  • Disturbi specifici del linguaggio

  • Come valutare se un bambino ha disturbi del linguaggio

  • Intervenire per l’apprendimento del linguaggio

  • Metodi di comunicazione alternativi

LO SVILUPPO DEL LINGUAGGIO NEL BAMBINO

Lo sviluppo del linguaggio è un processo che richiede tempo e pazienza. Il linguaggio si inizia a sviluppare contemporaneamente ad altre abilità cognitive come il pensiero, la memoria, le emozioni etc.

Già a partire dai 4 mesi di vita il piccolo neonato inizia a produrre suoni e vocalizzi con scopo comunicativo (che però sono ben lontani da un vero e proprio linguaggio).

Solo a partire dai 12 mesi inizia a ripetere parole semplici e a comunicare meglio i suoi bisogni.

Si stima che entro i 4-5 anni il bambino abbia appreso un repertorio di vocaboli ampio e sia in grado di utilizzarlo per comunicare verbalmente stati d’animo e bisogni.

Non basta tuttavia conoscere e apprendere i vocaboli e le frasi. Il bambino deve contemporaneamente imparare i significati e comprendere il valore comunicativo di ogni frase utilizzata.

In alcuni casi il bambino inizia a utilizzare le parole senza associare a esse il significato (e viceversa, ne comprende il significato ma non le sa pronunciare).

E’ molto importante che il bambino stia a contatto con adulti significativi che utilizzano il linguaggio con le associazioni di significato.

Se il linguaggio sia o meno innato è aperto ancora un dibattito. Molti sostengono che il bambino nasce già con la predisposizione innata a imparare a parlare. Altri studiosi invece sostengono che sia tutto frutto dell’esperienza e dell’apprendimento. Nessuno nasce con l’abilità prestabilita del linguaggio e della comunicazione.

Il linguaggio infantile, oltretutto, spesso è composto da neologismi (che per il bambino hanno sempre un valore comunicativo e un significato specifico) e suoni. Verso i 12 mesi i bambini iniziano a produrre sequenze di suoni che non corrispondono al linguaggio adulto.

Ad esempio il bambino dice “am am” quando la mamma porta da mangiare. Queste sequenze sono chiamate protoparole e hanno un valore comunicativo molto importante per il bambino.

A conferma del fatto che l’essere umano è un essere sociale pensate che il bambino impara come prime parole (e anche gesti comunicativi) ciò che viene definito come “mediatori sociali”.

Il bambino infatti (nella maggior parte dei casi) utilizza come primissime parole “ciao” “no” “bravo” e nomi di persone con cui si trova spesso a contatto “mamma” “papà” “nonno” etc.

Dai 18 mesi in poi, il bambino affina sempre più le sue capacità comunicative apprendendo parole nuove e mettendo due o più parole nella composizione delle prime frasi (prima infatti il bambino comunicava tramite gesti e monosillabe).

Il bambino inizia, entro i 3 anni, ad utilizzare anche alcune regole grammaticali corrette. E’ in grado di parlare al presente, al passato e al futuro distinguendone il significato.

In questo processo di apprendimento l’interazione tra la madre e il bambino svolge un ruolo centrale.

MOTHERESE: LA MADRE E IL PROPRIO FIGLIO

Nella crescita del proprio figlio è risaputo che la madre ha un ruolo centrale e privilegiato. La madre, insieme agli altri membri della famiglia, accompagna gradualmente il piccolo neonato e lo prepara al suo ingresso nel mondo.

Nel caso del linguaggio risulta importantissima la comunicazione reciproca che avviene tra madre e bambino già dai primissimi mesi di vita.

La madre, sin da subito, deve stimolare verbalmente il piccolo bambino. E’ necessaria una comunicazione verbale da parte della madre verso il figlio.

Avrete sicuramente notato che il modo di parlare di un adulto con un bambino piccolo differisce di gran lunga da quello utilizzato tra adulti.

Questo tipo di comunicazione è noto come “Motherese” le cui caratteristiche sono un tono caldo e affettuoso, intonazione accentuata con pronuncia delle parole lenta ed espressioni del volto accentuate e dotate di una grande componente comunicativa.

Questo tipo di linguaggio cattura e mantiene stabile l’attenzione del neonato (sopratutto durante i pasti). Dal canto suo, spesso, il neonato risponde con espressioni del volto, vocalizzi e sorrisi.

Il motherese stimola e attiva le future abilità verbali del bambino. Insegna al bambino i suoni, le parole e i significati nonché la comunicazione di emozioni tramite linguaggio non verbale.

Risulta essere un ottimo fattore di protezione per i ritardi del linguaggio e i disturbi del linguaggio oltre ad essere un grande elemento di fortificazione della relazione madre-bambino.

COSA FARE IN CASO DI RITARDO DEL LINGUAGGIO ?

E’ necessario specificare che quando il bambino non acquisisce o acquisisce parzialmente il linguaggio non sempre si tratta di disturbi specifici del linguaggio.

Il linguaggio è una capacità il cui sviluppo può essere delineato in linea generale ma presenta comunque caratteristiche e variabilità individuali.

E’ possibile che si sviluppi un ritardo nell’acquisizione di alcune componenti del linguaggio. Non per questo si tratta di disturbo.

Di norma, in base al decorso e alle conseguenze, è usuale suddividere i bambini in:

  • bambini con ritardo transitorio, facilmente recuperabile entro i 36-40 mesi che presentano uno sviluppo del linguaggio lento e un lessico infantile.
  • bambini con recupero tardivo entro i 48 mesi
  • bambini che evolvono in un disturbo specifico del linguaggio e che presentano deficit marcati sul piano della comprensione o dell’espressione verbale. In generale in questi bambini il linguaggio è assente o povero, difficilmente viene recuperato in maniera integrale.

Monitorare gli sviluppi e l’evoluzione del linguaggio nel proprio bambino è importante per escludere l’ipotesi di disturbo del linguaggio.

In caso di ritardo del linguaggio non etichettiamo il bambino come “svogliato” o “pigro”. Ogni bambino ha i propri periodi di apprendimento più o meno rapidi. La lentezza non è sinonimo di problemi cognitivi, svogliatezza, poca intelligenza.

Etichettare il bambino e sollecitarlo costantemente sui suoi errori non fa altro che frustrarlo e stressarlo. Provate ad aspettare e rispettare i giusti tempi per vostro figlio. Consigliatevi con uno specialista in ambito evolutivo e non colpevolizzate il bambino o voi stessi.

Nella maggioranza dei casi il ritardo si risolve in maniera ottimale senza lasciare alcuna lacuna in età adulta.

DISTURBI SPECIFICI DEL LINGUAGGIO

Al contrario dei bambino con ritardo delle abilità linguistiche, nei disturbi specifici del linguaggio i bambini hanno difficoltà ad esprimersi verbalmente.

Pensieri, emozioni, stati d’animo non vengono comunicati tramite la parola ma vengono esperiti tramite azioni.

La categoria “disturbi del linguaggio” racchiude in sé innumerevoli tipologie di disturbi eterogenee.

Una prima suddivisione (ai fini diagnostici e terapeutici) è fatta tra disturbi primari e secondari.

I primi presentano quadri in cui i disturbi del linguaggio sono gli unici deficit constatabili nel bambino e non dipendono da fattori organici. Nei secondi, invece, i disturbi sono associati a deficit motori, sensoriali, cognitivi e relazionali.

Come già accennato precedentemente il linguaggio è il risultato dell’apprendimento di più abilità cognitive. Ragione per cui un disturbo (o un ritardo) può intaccare una abilità ma non un altra (ad esempio la comunicazione ma non la comprensione).

Partendo da questa premessa i disturbi che caratterizzano il linguaggio sono diversificati (ma possono essere contemporaneamente presenti nello stesso bambini) e si classificano di seguito in:

  • Disturbo dell’espressione: deficit del linguaggio espressivo, vocaboli poveri, errori di coniugazione dei verbi, difficoltà a ricordare e riprodurre parole e frasi complesse.
  • Disturbo dell’espressione e della ricezione: compromissione del linguaggio verbale e della comprensione senza compromissione delle capacità espressive non verbali.
  • Disturbo della fonazione: difficoltà a produrre suoni verbali. Dovuto principalmente a un problema di espressione sonora e non a un problema di comprensione o bagaglio verbale.
  • Balbuzie: scarsa fluenza dell’eloquio, facilmente recuperabile se individuata precocemente.
  • Disturbo della comunicazione atipico: categoria che racchiude svariati disturbi atipici che non trovano spiegazioni tra i disturbi classici.

Non è più considerato disturbo del linguaggio il mutismo selettivo: forma di mutismo totale in determinati contesti ma non in altri. Questa patologia viene ormai considerata come una forma precoce di ansia.

LE CAUSE DEI DISTURBI

Le cause per cui un bambino sviluppa un disturbo del linguaggio sono considerate “multifattoriali”, vale a dire dipendenti da più fattori.

C’è un sostanziale accordo tra gli studiosi a considerare i disturbi del linguaggio come conseguenza di fattori ambientali, neurobiologici, genetici e psicologici in interazione dinamica tra loro.

Nonostante ciò è assolutamente sbagliato e fuorviante chiamare questi disturbi “ereditari” nonostante sia dimostrato scientificamente una minima componente genetica.

Traumi precoci e ambienti di vita poco stimolanti possono provocare ritardi o disturbi nel linguaggio. Stimolare verbalmente il bambino sin da neonato è un importante fattore protettivo che potrebbe concorrere ad evitare lo sviluppo di una patologia.

INTERVENIRE SUI DISTURBI SPECIFICI DEL LINGUAGGIO

Nella maggior parte dei casi, i disturbi del linguaggio, non sfociano in mutismo totale. Un intervento precoce e mirato può far recuperare al bambino gran parte delle abilità linguistiche deficitarie.

Gli specialisti in ambito evolutivo si avvalgono di strumenti e metodologie nella valutazione dei disturbi del linguaggio con lo scopo di individuare e risolvere in maniera immediata il deficit.

Gli interventi mirano a valutare lo stato emotivo del bambino (se è ansioso, arrabbiato, triste..) e i fattori che potrebbero essere “stressanti” e peggiorare il quadro.

Dopo un attenta valutazione e individuazione dell’area linguistica carente si procede con cicli di incontri individuali in cui (tramite strumenti allettanti per il bambino tra cui computer e giocattoli interattivi) si insegna al bambino gradualmente il linguaggio e la comprensione sotto forma di gioco.

Affidarsi a una figura professionale è di fondamentale importanza. Nel rispetto dei tempi e dei ritmi soggettivi del bambino è possibile recuperare quasi completamente le abilità espressive e di comprensione.

Con il supporto e il sostegno di uno psicologo dell’età evolutiva i genitori saranno formati e informati sui disturbi del linguaggio, sulle conseguenze e sulle possibilità di recupero.

Inoltre, i genitori sono una figura fondamentale nel processo di “ri-insegnamento” del linguaggio. Dovranno stimolare e sollecitare il bambino ad esprimersi verbalmente nella formulazione di richieste, nell’espressione di bisogni e sentimenti e nella comprensione di domande.

A casa è necessario sostenere ed essere pazienti con il bambino che gradualmente imparerà ad utilizzare vocaboli e frasi in maniera completa e corretta. Il migliore metodo di intervento, in qualsiasi ambito con i bambini, è il gioco.

Insegnare il linguaggio tramite il gioco risulta essere uno dei metodi più efficaci ad oggi praticati.

COMUNICAZIONE ALTERNATIVA

Ci sono, purtroppo, casi in cui lo sviluppo del linguaggio è compromesso da disturbi organici più seri. In questi casi è difficile apprendere la lingua verbale se anatomicamente mancano le parti necessarie per parlare.

Tuttavia, nella maggior parte dei casi, non è compromessa l’abilità di comprensione e di comunicazione non verbale ma soltanto quella verbale.

Sono stati sviluppati strumenti e metodi che colmano la lacuna del linguaggio verbale sostituendolo con metodi di comunicazione alternativi.

Questi metodi (utili sopratutto con bambini autistici o gravemente affetti da deficit cognitivi) risultano semplici e di facile apprendimento.

Il linguaggio dei segni, utilizzato dai sordo muti, può essere un esempio.

Ma ne esistono tanti altri, molto più semplici e rivolti principalmente ai bambini.

Solitamente la comunicazione alternativa con queste metodologie riesce a colmare le lacune comunicative della lingua verbale e permette al bambino di utilizzare metodi comunicativi diversi dalla parola.

Grazie a questi strumenti, numerosi bambini sono in grado di comunicare bisogni, sentimenti e di fare richieste.

Fortunatamente i disturbi specifici del linguaggio sono per la maggior parte recuperabili, anche integrando questi metodi alternativi di comunicazione.

14 dicembre 2018 Articoli
About Chiara D'agata

– Laurea in scienze e tecniche psicologiche – Collaboratrice sede di Catania

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Shares